L’ORIZZONTE STRATEGICO

di Riccardo Terzi

I nomi dei partiti, nella ormai lontana prima repubblica, avevano una loro precisa ed evidente densità ideologica, in quanto facevano riferimento alle grandi correnti del pensiero politico. Tra il nome e la cosa c’era una perfetta aderenza, almeno in linea di principio. Il partito politico, così fondato su un retroterra culturale ben determinato, aveva l’ambizione di costituirsi come un mondo vitale, come un luogo in cui sperimentare collettivamente un progetto comune.

Tutto ciò comportava alcuni prezzi, perché la compattezza del progetto politico era resa possibile da un fortissimo vincolo di disciplina e tendeva assai spesso a risolversi in una struttura identitaria chiusa e integralistica, in un sistema di valori vissuto come l’unico legittimato dalla storia. Aristocrazia e fede: erano questi i punti di forza. Aristocrazia di gruppi dirigenti selezionati nelle durissime prove della guerra e della liberazione dal fascismo; fede in un progetto salvifico, in un messaggio di verità al quale poter affidare il senso della propria vita. Si trattava perciò di religioni civili, con il loro deposito di dedizione e di intolleranza.

Ora ne possiamo davvero parlare al passato, senza inutili rimpianti, perché si sono del tutto dissolte le condizioni su cui si reggeva quell’impianto. Nella generale secolarizzazione della società c’è poco spazio per le fedi, e nel disincanto con cui viene vissuta la vita democratica, con una tendenza a scivolare nell’indifferenza e nel rifiuto della politica, non si possono formare aristocrazie riconosciute. È il meccanismo sostanziale della politica che ha cambiato pelle, divenendo sempre più fluido, molecolare, non più aggregabile intorno a forti identità collettive. Se questo significhi progresso o decadenza, è una domanda che possiamo lasciare in sospeso. Ciò che serve è capire come ci si deve muovere oggi in questa nuova condizione.

Nella lunga transizione politico-istituzionale verso un nuovo sistema, di cui restano ancora incerti e fluttuanti i confini, le regole, i contenuti, tutte le tradizionali identità di partito sono svaporate, e sono fioriti nomi e simboli di fantasia, che si offrono come contenitori ambigui, pronti ad accogliere le domande più contraddittorie. Chi guardi dall’esterno le cose di casa nostra faticherebbe non poco a orientarsi, a capire il senso di questo lungo travaglio, a decifrare il nuovo vocabolario della politica. In questo l’Italia ha una sua peculiarità nel panorama europeo. È l’Europa in ritardo e noi anticipiamo il futuro? O noi siamo solo una anomalia irrilevante? Dipende da come alla fine si realizzerà il progetto europeo. Per ora ci troviamo tutti a operare in uno spazio di incertezza.

Ma i nomi sono importanti, perché è solo nel linguaggio che prendono forma le idee. Se non si trova il nome, ciò vuoi dire semplicemente che si è inceppato il pensiero. A differenza di Bruno Trentin, che ci invita a lasciar perdere la disputa sui nomi e a concentrarci sulle cose, sugli obiettivi, io penso che la politica oggi abbia bisogno non solo della concretezza programmatica, ma anche di ridefinire le identità, di mettere in ordine il significato delle parole.

L’identità può essere declinata in due modi: come il riconoscersi in una tradizione, in una storia passata, oppure come la condensazione simbolica in cui si annodano i diversi fili di un futuro da costruire. C’è l’identità delle radici, che agisce come un elemento di conservazione, e c’è l’identità del progetto strategico. La prima non ha bisogno di pensiero, perché utilizza i materiali che si sono depositati nella storia, mentre la seconda può nascere solo da una limpidezza di elaborazione. Anche in Europa ci si è arrovellati intorno a questo nodo: se l’Europa è nelle sue radici o in un progetto che le trascende.

Sotto questo profilo ci sono partiti di mera sopravvivenza, prolungamenti ormai inerti di una storia politica conclusa, e partiti che sono capaci di guidare la trasformazione, di imporre a tutto il dibattito politico una propria scala di priorità, una propria chiave di interpretazione. La sinistra italiana rischia oggi di non essere né l’una cosa né l’altra, perché il suo passato lo ha anche troppo disinvoltamente rimosso, e non sembra averlo sostituito con la forza di un nuovo pensiero strategico. Ma è tutta la politica italiana che oscilla pericolosamente in una condizione di incertezza, in cui tutto è approssimativo, contingente, strumentale. Non sono mai in gioco le idee, ma solo le convenienze, le tattiche, le tecniche di manipolazione del consenso.

Il processo che si è determinato in questi anni ha questi due elementi tra loro connessi: lo svuotamento delle culture politiche e la virulenza di uno scontro di potere all’interno di una ristretta oligarchia. In questo senso, la nuova destra berlusconiana è assai rappresentativa dello stato attuale del Paese, con la sua cultura raffazzonata e la sua arroganza, avendo come unica bussola l’occupazione del potere. Basta liberarsi di Berlusconi?

Basta una buona campagna elettorale per rovesciare questa tendenza? Mi sembra questa una valutazione del tutto superficiale e illusoria. Perché in questi anni ci sono stati mutamenti strutturali nella vita politica, e si sono determinati processi di fondo che hanno sempre più strettamente ingabbiato la democrazia politica in un gioco di vertice che non ha più nessun rapporto con la realtà della vita sociale. I canali della partecipazione sono stati ostruiti, e la politica vive di una vita solo artificiale, nello spazio truccato delle esibizioni televisive, al punto che non si capisce più dove sta il confine tra la politica e lo spettacolo. La politica è diventata una forma di intrattenimento.

È questo il risultato di una precisa traiettoria che ha accompagnato tutto il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica. Questo passaggio si reggeva, infatti, sulla seguente premessa: occorre spostare il baricentro della politica italiana dalla rappresentanza alla decisione, occorre rafforzare gli strumenti del comando e sottrarre la funzione di governo ai riti troppo lunghi e dispersivi della democrazia partecipata, della costruzione del consenso. Si è detto, a destra e a sinistra: ripristinare il primato della politica, intendendo con ciò una semplificazione del processo decisionale, per consentire alla politica di tener testa alla potenza e alla velocità dell’economia reale nel mondo globalizzato. In questo, tutti si sono tardivamente accodati al decisionismo di Craxi: la politica è la decisione, e la decisione è la responsabilità personale del leader, di tutto il resto si può tranquillamente fare a meno.

Ma la tesi secondo cui la politica può essere potenziata con un sovrappiù di autorità a detrimento del processo democratico è del tutto infondata, perché nel momento in cui viene meno il fondamento della rappresentanza e della partecipazione la politica diviene impotente, senza nerbo, e subisce totalmente il dominio del mercato. Si spiega così l’apparente paradosso per cui gli anni del decisionismo politico sono stati, nello stesso tempo e per la stessa ragione, gli anni in cui la politica è stata affondata e tutte le decisioni strategiche sono state assunte in altro luogo, da altri poteri. La parabola tragica di Craxi simboleggia con chiarezza questo esito fallimentare del decisionismo, ed essa si conclude con un conflitto drammatico che delegittima l’intero sistema politico. Ma da questa lezione non si sono tratte le necessarie conseguenze. E oggi si riproduce lo stesso scenario, con un sovrappiù di aggressività verso tutto ciò che può rappresentare un potere autonomo: magistratura, stampa, soggetti sociali. È in pieno svolgimento un processo di semplificazione autoritaria.

In questo contesto, dentro questa rappresentazione della politica come esercizio di autorità, in cui conta solo la legittimazione del leader, i vecchi nomi della politica non servono più, perché non c’è più un processo collettivo da rappresentare e non c’è una discussione pubblica in cui si confrontano diversi progetti. Il primato della politica si capovolge nel suo opposto, e l’esito finale è una società del tutto spoliticizzata. Se questa tendenza non viene rovesciata, le alternanze politiche perdono di significato, e chiunque vinca è la destra che vince, perché si sta all’interno di un modello politico che si autoriproduce e che cristallizza tutti gli equilibri sociali.

Ho l’impressione che di questo possibile esito la sinistra italiana, pur disorientata e frammentata, cominci a prendere coscienza. L’ubriacatura della ‘seconda repubblica’ comincia forse a essere smaltita, e si stanno cercando nuove vie, nuove soluzioni. Lo stesso fatto che a sinistra ci siano tensioni, polemiche, competizione, non è, come spesso si sente dire, un segno di immaturità, ma può essere un indizio positivo, di qualcosa che si sta muovendo. Sarei molto più allarmato se il pluralismo della sinistra si fosse totalmente ricomposto, parlando un solo linguaggio. Il pensiero è sempre plurale, e non ci sono idee là dove non c’è battaglia delle idee.

Ci sono alcuni cantieri aperti, alcuni progetti politici in gestazione, di cui dobbiamo scandagliare le potenzialità e i possibili esiti. Cominciamo da Bertinotti, che sta cercando di innestare sul corpo un po’ vetusto di un partito neocomunista un processo politico nuovo, che si libera delle vecchie incrostazioni ideologiche e si affida a tutto quell’insieme di forze che esprimono una domanda di antagonismo sociale. È un’operazione di rottura, e come tale è stata avvertita e contrastata all’interno del partito dalle correnti più tradizionaliste. Non c’è più un comunismo da rifondare, una dottrina politica da preservare nella sua purezza, ma all’opposto c’è l’idea di tanti rivoli, di tante diverse esperienze di auto-organizzazione sociale che possono confluire in un partito aperto, non ideologico, il quale stabilisce con il sistema politico un rapporto che è sempre conflittuale, anche nel momento in cui ci si pone il problema della partecipazione al governo. Come tenere uniti questi due lati, conflitto e governo, sarà il nodo cruciale per Bertinotti, e per ora non si vede una effettiva saldatura, ma piuttosto il giocare contemporaneamente su due piani diversi, che restano tra loro separati.

Il progetto ha quindi una sua intrinseca fragilità, perché è pur sempre destinato a essere l’espressione di forze minoritarie. E non c’è neppure una teoria del conflitto sociale, che consenta di selezionarlo, di fissare priorità e regole. Il conflitto diviene una categoria astratta, a prescindere dal suo contenuto: il movimento è tutto, gli obiettivi sono indifferenti. Per questo, la prova del governo sarà molto ardua, perché sono innumerevoli i casi in cui una decisione di governo può suscitare un conflitto localizzato. A quel punto si vedrà se si tratta di una operazione politica che ha sufficiente tenuta o se è solo la riproduzione di un vecchio radicalismo inconcludente. In ogni caso, si tratta di una operazione che può agire utilmente da contrappeso, da stimolo, che può dare rappresentanza politica a correnti sociali che altrimenti resterebbero ferme a uno stadio informale, spontaneistico, ma che ha bisogno, data la sua parzialità, che altri si assumano a pieno titolo la responsabilità del governo del Paese.

Una seconda importante novità è l’accordo tra socialisti e radicali per una nuova formazione politica che mette al centro del suo programma il tema della laicità dello Stato. È stata una mossa un po’ a sorpresa, anche perché si pensava che Boselli fosse destinato solo ad accodarsi all’iniziativa di altri. In realtà, ciò che è sorprendente non è Boselli, ma è il fatto che a nessun altro sia venuto in mente di dover reagire alla nuova ondata di integralismo e al progetto politico, così esplicitamente dichiarato, di uno Stato conservatore che si serve della religione come di un’arma politica per tenere il Paese sotto il proprio controllo. Ora qualcuno teme un eccesso di laicismo, e teme le intemperanze e i gesti spettacolari di Pannella. Il fatto è che si è lasciato un vuoto, e in politica accade sempre che uno spazio vuoto venga riempito.

La mia prima reazione è quindi di sollievo, perché qualcuno si decide finalmente a parlare il linguaggio della laicità, e di rammarico per i troppi silenzi e i troppi opportunismi di una sinistra che non ha saputo vedere per tempo la gravità del problema, o forse ha visto e ha calcolato che fosse più conveniente non vedere. Bene, ora il problema è posto e ciascuno prenda posizione. Certo, la battaglia per la laicità non può essere affidata solo all’iniziativa generosa di una forza minoritaria, ma richiede una più complessiva e coerente azione di governo. Il problema è la guida del paese, è il progetto politico su cui si costruisce un nuovo blocco sociale e un nuovo modello di democrazia. Occorre allora capire quale tipo di cantiere si sta costruendo intorno a Prodi e ai due maggiori partiti del centrosinistra. Ma questo cantiere, in ogni caso, dovrà dire alcune parole chiare sia sulla crisi sociale, sulle domande che vengono da una società divisa, lacerata, attraversata da un violento processo di precarizzazione, sia sui diritti di cittadinanza in un ordinamento laico dello Stato, senza esclusioni di ordine religioso, etnico, o culturale, senza imporre a nessuno una morale di Stato, una verità di Stato, un codice di valori che non sia il risultato di una libera scelta.

Penso che Prodi sia in grado di offrirci un terreno fecondo, positivo, per costruire un progetto politico che sia all’altezza delle nuove sfide. Prodi stesso ha fissato con chiarezza il senso del comune lavoro, sostenendo la necessità di scelte radicali, di un programma forte e organico e di riforme. Ma qui c’è, come è noto, un punto del tutto irrisolto: intorno a Prodi come si riorganizza il campo della politica? Il cuore riformista della coalizione, che deve essere il garante di una effettiva azione di governo, che cosa è, che cosa vuole essere, come pensa il futuro della politica?

Un processo si è avviato, faticosamente, con mille incertezze, contraddizioni e sospetti reciproci, verso un nuovo soggetto, verso una aggregazione politica che funzioni come il perno centrale della coalizione. Ora è il momento di chiarire, senza reticenze, come si intende risolvere questo nodo strategico, qual è lo sbocco che si vuole costruire. È il tema del partito democratico, del partito riformista, o comunque lo si voglia definire. Del partito, o di una federazione, o di una qualche diversa forma organizzativa. Ma è chiaro che le cose non possono stare ferme, e che c’è un processo nuovo che deve essere pensato e costruito.

Ma a me sembra che tuttora convivano letture divergenti, e che l’impasse sta proprio nel fatto che nelle parole comuni si nascondono itinerari diversi. E il discrimine sta nel punto che ponevo all’inizio: come ci si rapporta rispetto al processo di spoliticizzazione e alla crisi della partecipazione democratica? Il nuovo soggetto politico è il compimento di questo processo o è l’inizio di un rovesciamento? Partito ‘democratico’ può voler dire che nell’epoca della fine delle ideologie e dello svuotamento delle culture politiche l’unica identità possibile è quella estremamente generica e ambigua della democrazia come comune involucro in cui si svolge la competizione politica. In questa accezione, il partito democratico non ha nessun progetto da inventare, ma è il partito che si candida a gestire quello che c’è, che si propone per il governo del paese in nome dell’efficienza, della professionalità, del rispetto della legalità. Alla destra eversiva si contrappone l’ordine, l’equilibrio, la serietà di una classe dirigente che sa fare il suo mestiere. La sfida è tutta sul terreno dell’efficienza, dell’affidabilità, del saper fare. Ma le cose da fare sono già inscritte nell’oggettività delle leggi dell’economia. In questo tipo prospettiva, è chiaro che il comando spetta alle forze moderate e che la sinistra deve adattarsi a un ruolo di complemento, perché non c’è più nulla che sopravvive della sua cultura politica. Le ideologie politiche sono finite, ora si tratta solo di amministrare.

Ma ci può essere anche una interpretazione opposta: è necessario un partito democratico in quanto si tratta di innestare nel sistema politico tutta la forza della partecipazione, tutte le grandi energie potenziali di una società che non si è ancora rassegnata a una politica che sia solo tecnica, governabilità, amministrazione. Da questo punto di vista, le primarie sono state un avvenimento molto importante, perché hanno dimostrato che la democrazia può ancora avere una grande forza espansiva. La democrazia può essere la risposta e la via di uscita dalla crisi attuale della politica. In questa prospettiva, il partito democratico si può configurare come il partito della partecipazione e dei diritti, come una forza di cambiamento che si propone di riattivare una forte mobilitazione sociale. Le primarie sono state uno stimolo, un esempio. Si tratta di decidere se archiviarle come un momento del tutto eccezionale, o se viceversa farne una regola, un modello, e proporre una pratica politica che sia sempre verificata, partecipata, affidata a una discussione pubblica, rompendo le logiche oligarchiche che sono state fin qui prevalenti.

In una sua recente intervista assai contestata, Arturo Parisi ha posto in realtà questo problema, con una certa brutalità, come è suo costume. Ma si può forse contestare che una scelta democratica perseguita fino in fondo metta in discussione le forme e i rituali dei partiti come sono oggi organizzati? Ecco, il cantiere di Prodi ha questi due corni, queste due possibilità: di essere il nuovo centro moderato, o di essere una risposta innovativa alla crisi della politica. Penso che Prodi si proponga di tentare la seconda strada.

I dilemmi della discussione, proprio su questo punto, sono stati abbastanza chiari all’interno della Margherita. E i DS? Mi spiace dirlo, ma in tutto questo panorama complesso di tentativi, di progetti, e anche di conflitti politici, il maggiore partito della sinistra sembra svolgere solo un ruolo di prudente mediazione, interpretando la sua responsabilità solo come paziente gestione tattica, per tenere insieme una coalizione eterogenea e frammentata. Il rischio è evidente: è quello di avere su tutti i terreni oggi decisivi una posizione sfumata, per cui le cose sono sempre dette in sordina, a mezza voce. Il rischio è che la prudenza politica diventi reticenza. Ma si può ‘tenere insieme’ la coalizione senza chiarire gli obiettivi strategici? Proviamo invece, di fronte al tema controverso del «partito democratico», a dire che cosa per noi dovrebbe essere: non prendere tempo, non giocare sulla gradualità dei passaggi, ma affrontare di petto il problema e porre con chiarezza le nostre condizioni. Proviamo cioè a delineare il profilo culturale di un nuovo soggetto politico: diritti sociali, libertà civili, laicità, partecipazione. Proviamo a declinare i nomi della politica, a dare un significato alle parole, a ricostruire un pensiero, una cultura politica. Credo che Prodi abbia bisogno, perché la sua leadership sia pienamente riconosciuta, di una chiara elaborazione strategica. Ed è questo un compito al quale non possiamo sottrarci.

 

P.S. Devo aggiungere, all’ultimo momento, una breve postilla, perché c’è stato nei giorni scorsi il fatto nuovo e importante della conferenza programmatica di Firenze. Quel lavoro di costruzione di una nuova identità politica, che sia proiettata sul futuro e sia in grado di offrire una nuova rappresentanza alle domande sociali, a Firenze ha avuto, finalmente, un suo inizio promettente. Ci si è mossi nella direzione giusta, e per questo ci troviamo oggi in una condizione meno incerta e meno ambigua.

Certo, occorrerà vedere come si riesce a dare continuità a questo lavoro, ma mi sembra giusto sottolineare il fatto che c’è stato un passaggio politico nel quale il partito dei DS ha saputo prendere nelle sue mani l’iniziativa per indicare una nuova prospettiva. Alcune parole-chiave sono state chiaramente nominate: la laicità come fondamento della democrazia politica, i diritti del lavoro e della cittadinanza sociale, la fine dell’antipolitica e la necessità di costruire un nuovo ponte tra politica e società. Comincia a emergere un nucleo di principi, di idee, di indicazioni per il futuro, e la cosa più importante è che in questa ricerca si sta muovendo un arco di forze assai largo. Il cantiere di Prodi comincia a funzionare e a dare i suoi frutti.

Su tutto questo dovremo tornare, con valutazioni più approfondite. Per ora, possiamo dire che il gruppo dirigente dei DS sembra oggi muoversi con maggior determinazione e chiarezza, anche perché le contrapposizioni interne hanno perso di vigore e sono divenute differenze di accento e di sensibilità, componibili all’interno di una comune ricerca. E in questa ricerca occorre mettere al lavoro tutte le nostre risorse, perché il cammino è ancora lungo e ricco di ostacoli.



Numero progressivo: H27
Busta: 8
Estremi cronologici: 2009, dicembre
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Fotocopia pagine rivista
Tipo: Scritti
Serie: Scritti Politici - Riflessioni politiche -
Pubblicazione: “Argomenti umani”, dicembre 2009, pp. 8-15